Un'interessante intervista dell'editor Francesca Lang all'autore Gianpietro Vigorelli che ci parla del suo romanzo d'esordio "Ferro", disponibile da oggi in libreria.

 

Una lunga carriera di successo in pubblicità e ora il tuo primo romanzo. Come comunicano due mondi che usano linguaggi così diversi?

Non trovo che i due linguaggi siano così distanti. In fondo la pubblicità non è altro che un racconto concentrato in pochi secondi. Un esercizio che ti costringe a una sintesi feroce. Non c’è spazio per le divagazioni in trenta secondi, lo spettatore ti concede solo pochi attimi di attenzione ed è in quel breve spazio che hai l’opportunità di creare un rapporto con chi ti guarda. Forse è proprio l’abitudine a ragionare per tempi così stretti che ha reso dinamico il racconto.

Nel tuo romanzo, Ferro, si sentono gli echi di un genere, il thriller pulp, di tradizione più straniera che italiana. Chi sono i tuoi maestri?

Diciamo che m’ispiro più a una tradizione cinematografica che alla letteratura classica. Sono un fanatico delle serie televisive, amo la raffinatezza di linguaggio delle pellicole dei fratelli Coen, i dialoghi assurdi di Tarantino, le immagini grottesche dei suoi film. Non disdegno peraltro autori letterari come Don Winslow, la Jennifer Egan del Il tempo è un bastardo. Infine uno stimolo fondamentale è stato il racconto giallo: Le quattro casalinghe di Tokio di Natsuo Kirino.

Ferruccio Camerano, detto Ferro, il protagonista del tuo libro, è un eroe suo malgrado, costretto a entrare in un mondo non suo. Che cosa pensi possa colpire i lettori di quest’uomo del quale in ogni pagina vediamo le debolezze?

Ferruccio è il tipico antieroe. Così inadeguato al ruolo che gli è stato assegnato, da suscitare quasi irritazione. Poi però, pagina dopo pagina, grazie alla fortuna che lo contraddistingue, riesce a uscire indenne dalle situazioni più pericolose e a conquistarsi la simpatia del lettore. Una specie di Mister Magoo, circondato da feroci personaggi che il più delle volte non sono ciò che dicono di essere.

I legami tra fratelli, tra genitori e figli fanno da ordito a una trama densa di azione e colpi di scena. Sono gli stretti vincoli familiari a far nascere l’odio più atroce, i comportamenti più disumani?

Non esistono famiglie normali in questo libro. Del resto, come scrive Tolstoj, da una famiglia felice non ci si ricava una gran storia. E’ la tragedia che rende avvincente un romanzo. Qui poi, l’odio, il rancore, la vendetta, sono il motore di tutto il racconto. Solo Ferruccio, il protagonista, se pur roso dai sensi di colpa, sembra conservare un rimasuglio di umanità nei confronti del fratello. Per tutti gli altri, proprio nella famiglia si annida il nemico peggiore.

La tua storia si sviluppa tra la Puglia e Milano, due luoghi che conosci molto bene. Quanto è stato importante, nella costruzione di un primo romanzo, muoversi in ambientazioni conosciute?

Dei luoghi si respira l’atmosfera. Nei volti si leggono storie. Dalle leggende si ricava ispirazione. E’ solo da un rapporto intenso col territorio che la fantasia trova il suo giusto sfogo. Bisogna amare od odiare i luoghi per poterne scrivere.