Si intitola Nel nome del Padre e, dopo il successo del primo libro La luce oltre il buio, anche in questo nuovo volume Giacomo Celentano si mette a nudo con grande semplicità. Lo fa raccontando la storia del proprio rapporto con papà Adriano, la sua speciale relazione di padre con il figlio Samuele di sette anni, nato dal matrimonio con Katia, e il forte legame che coltiva con Dio Padre.

Come è nata l’idea di questo libro?
Mi sembra che oggi ci sia una forte crisi della figura paterna e di tutto ciò che dovrebbe essere la paternità.
Stiamo vivendo in un periodo storico caratterizzato dall’urgenza economica, dalla risoluzione dei problemi di sopravvivenza di interi nuclei familiari e mi rendo conto che l’aspetto spirituale delle nostre esistenze è purtroppo trascurato. A differenza di ciò che si pensa normalmente, la cura o il disinteresse verso gli aspetti immateriali della vita incidono fortemente anche nei rapporti umani e nelle relazioni che viviamo quotidianamente.
Ritengo che oggi ci sia un atteggiamento di trascuratezza: oggi la figura del papà è messa in secondo piano, sminuita direi.

Che rapporto avevi da bambino con papà Adriano?
Ho bellissimi ricordi di infanzia e ricordo che papà teneva molto al rito del pasto familiare, soprattutto quando era a casa non impegnato nel lavoro.
Ci teneva che tutta la famiglia si ritrovasse insieme soprattutto a cena.
Il cibo condiviso con la famiglia avvicinava i nostri animi, ci apriva al racconto delle esperienze della giornata, dei momenti noiosi o di litigio con i nostri amici della compagnia. Ognuno poteva esporre gioie e dolori e sentire il parere degli altri.
Rosalinda ed io però, bambini impazienti, ci alzavamo da tavola appena finito il pasto e papà se ne risentiva molto. Ogni volta che ci ripenso, sorrido all’immagine di quei due bambini scalpitanti che sgattaiolano via inosservati.
Ho un altro bel ricordo: quando papà lavorava a un disco nuovo io ero il suo primo assistente, non mancavo mai. Mi sistemavo nello studio, in silenzio, osservando i minimi particolari di ciascuna fase che accompagna la realizzazione di un album; talvolta, notando la mia presenza, mi chiedeva un parere e io prendevo coraggio e gli offrivo i miei consigli, anche se in fondo sapevo che erano superflui, perché ero sempre entusiasta delle sue canzoni.

Uno dei capitoli del libro si intitola “Non si smette mai di essere figli”. Che rapporto hai oggi con tuo padre?
C’è stato un momento della mia vita e di quella di papà in cui nel nostro rapporto c’è stato uno strappo. Da giovane sportivo, pieno di vita qual ero, nel 1990, giovanissimo, mi ammalai per la prima volta e gravemente di ansia.
Cominciò allora a serpeggiare un’incomprensione strisciante tra me e papà. Lui non sopportava di vedermi inattivo, non comprendeva la mia indolenza, la traduceva in una rassegnazione adolescenziale alla noia.
Da allora le cose sono molto cambiate. Soprattutto dopo la mia guarigione e il mio matrimonio. Mi sento di dire che la relazione che abbiamo oggi è molto normale e al tempo stesso bella: superato il periodo adolescenziale dell’incontro-scontro, ho raggiunto un mio equilibrio e l’autonomia tanto desiderata.
Papà ha condiviso le mie scelte, ama la mia famiglia, ha una grande stima di mia miglie Katia e una nuova grande passione: suo nipote Samuele.

Nel libro tu parli anche del tuo modo di essere padre con tuo figlio Samuele. Cosa significa per te essere padre?
Vorrei proteggere Samuele dalla superficialità dilagante.
Vorrei che lui, nel crescere, conservasse un occhio critico nei confronti del mondo che lo circonda.
Non è facile nell’epoca attuale educare il proprio figlio all’ottimismo e alla fiducia nel futuro; ma io penso che queste due prerogative dipendano da come lui si pone nei confronti del mondo; voglio dire che se lui vivrà la sua vita sempre con Dio nel cuore, potrà affrontare ogni ostacolo, ne uscirà vincitore.

Quanto è stata importante per te la fede in Dio Padre per superare le tue crisi di ansia, la tua malattia e trovare la serenità di oggi?
Dai venti ai trent’anni di età mi capitava di lasciare tutto quello che stavo facendo, di prendere l’autobus e di immergermi nel verde del Parco Nord di Milano, per ritrovare me stesso. Mi bastava anche solo chiudere gli occhi e volgere il viso verso il sole per ritrovare quella “luce” che avevo smarrito e che aveva il potere di schiarire il buio che talvolta avvolgeva la mia anima.
Ho sempre amato la luce. Come un pittore anelo a lei, la cerco e la riproduco sulla tela della mia vita.
Impalpabile, rarefatta, la luce crea la differenza fra un dipinto e un’opera d’arte, fra un’esistenza marginale e una vita trascorsa in pienezza. Penso che la fede sia cercare in ogni cosa, anche nelle realtà più negative e tristi, un raggio di luce, cioè la Presenza di Dio, quel Padre di cui siamo tutti figli e che non ci abbandona mai.