Il 24 settembre uscirà “L’estate dell’incanto” il nuovo libro di Francesco Carofiglio. La protagonista, Miranda, ormai novantenne, ricorda e ci racconta l’estate più bella della sua vita, l’estate del 1939, prima dell’abisso della seconda guerra mondiale.

Per esplorare i temi del racconto, e l’atmosfera di fragilità, leggerezza, incorruttibilità e innocenza che caratterizzano la poetica dell’autore, Francesca Lang, editor del romanzo, gli ha fatto per noi alcune domande.

 

L’estate del 1939 è l’attimo prima dell’abisso, il primo settembre infatti Hitler invase la Polonia e tutto fu perduto. Hai voluto raccontare la guerra senza raccontarla? O hai scelto gli anni sereni, almeno per una bambina di dieci anni, perché nessuno in fondo li racconta mai?

La cosa che mi interessava di più, anche se all’inizio questa era una percezione fluida, era raccontare un mondo in bilico. Un passaggio di equilibrio con gli occhi bendati. L’estate più bella della vita di Miranda è quella che precede il caos. Dentro quell’estate, apparentemente inviolata, ci sono i segnali, nascosti nella percezione quasi sovrannaturale della bambina, di un mondo che sta per essere inghiottito nell’abisso. Ma quella è, e resta, nella memoria della donna, l’estate della bellezza.

 

Nel tuo romanzo l’arte, che nelle sue diverse manifestazioni fa da fil rouge alle tue storie, entra quasi in punta di piedi e conduce la protagonista in un mondo mai conosciuto prima, concedendole un legame che altrimenti non avrebbe creato. È questo per te l’arte, il veicolo di un legame?

Miranda trascorre tre mesi nella cascina del nonno, sulle colline pistoiesi. Ugo Soderini, fiorentino, è un pittore formidabile, viene dall’esperienza parigina tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, nel corso della quale ha incontrato i più grandi: Pissarro, Toulouse Lautrec e altri ancora.  A un certo punto la sua vita cambia e decide di ritirarsi in un esilio corrucciato, lontano dal mondo. È l’ultimo discendente di una dinastia di marchesi, un nonno anaffettivo, colto, elegante. Vive solo con una governante.

Proprio i suoi quadri, e il suo studio misterioso cui nessuno ha accesso, saranno il luogo imprevedibile dell’incontro con la nipote. In questo caso, sì, l’arte, il gesto stesso del dipingere, la materia che si impasta e genera una forma, diventa, in una dimensione quasi magica, il canale della comunicazione e dello scambio.

 

Qual è l’incanto a cui fa riferimento il titolo?

È il segreto nascosto nella parola. Dal latino In e cantare.  Recitare una formula magica, quindi, ammaliare. L’incanto è incantesimo, incantamento, non semplicemente grazia e bellezza. C’è una linea obliqua dentro la bellezza perfetta di quell’estate. E l’incantesimo, come sempre succede nelle favole, a un certo punto si romperà.