Editor: "La protagonista del tuo nuovo romanzo, Violette, è un bambina. Il protagonista di Wok, uscito l’anno scorso, un adolescente. Che cosa, dell’infanzia e dell’adolescenza, ispira le tue storie?"

Autore: "Faccio una premessa, non sono bravo a rispondere alle domande sui miei romanzi, sono assalito da una specie di pudore. Quando scrivo sono felice, anche se racconto una storia drammatica. Lo faccio seguendo un impulso, direi banalmente un’urgenza, al di là dagli esiti narrativi. Nel bene o nel male, quello che ho da dire, è tutto lì. Non ho molte spiegazioni, non ho ricette né metodi da illustrare.
Detto questo è vero che spesso nelle mie storie ricorre il tema dell’infanzia, o dell’adolescenza. La spiegazione che riesco a darmi è che, forse, quello spazio, a volte così difficile da circoscrivere, è una zona franca, una radura in mezzo al bosco, il posto in cui poter guardare alle cose del mondo nella prospettiva di quello che potrà accadere, e non di quello che è già accaduto. Mi piace pensare che nelle storie, e anche un po’ nella vita, tutto possa ancora succedere".

E: "Voglio vivere una volta sola racconta la famiglia in un modo particolare, diverso. Credi che solo le famiglie insolite, diverse o infelici possano essere raccontate?"

A: "Non citerò Tolstoj, giuro. La famiglia di Violette è per alcuni versi un po’ insolita, ma non direi infelice. In fondo è una famiglia come tante altre. Una cosa è certa però, in questa storia quello che cambia è il punto di vista. Violette è la bambina che non c’è. Non è mai nata, eppure esiste, vive, trascorre i suoi giorni insieme ai fratelli e i genitori. Il mistero è proprio qui. Chi esiste davvero, e chi non esiste? Violette racconta la sua storia danzando tra due mondi, quello reale e quello immaginario".

E: "Nella vita, oltre che di scrittura, ti occupi anche di fotografia. L’ispirazione per questo romanzo nasce da un’idea o da un’immagine? E quanto conta la parte “visiva” nel tuo modo di raccontare storie?"

A: Molto, conta molto. Mi piace pensare che le storie si muovano anche così. Prendano forma attraverso la successione misteriosa delle immagini. Come in quei vecchi apparecchi che usavamo da bambini, i visori per le diapositive che riportavano magicamente il mondo in tre dimensioni. Questo romanzo, come gli altri che ho scritto, è nato da un’immagine.
Una fotografia che ho scattato un pomeriggio a una bambina seduta su una panchina di Place des Vosges, a Parigi. Era sola, in attesa dei genitori, ed era come sospesa, sembrava una presenza senza tempo. Aveva un abito celeste e delle scarpe buffe, fuori misura. Guardava altrove, come se da qualche parte ci fosse un mondo che io non riuscivo a vedere.

E: "Il romanzo è ambientato tra Roma, Parigi e un villaggio della Bretagna affacciato sul mare. Questi luoghi, oltre al fascino che suscitano di per sé, hanno un significato particolare per te?"

A: "Lo hanno per me, sicuramente. E lo hanno per Violette. Su questo argomento mi piace pensare però che ciascuno si faccia la sua idea. Nel romanzo Roma è la città della bellezza, che prima o poi bisognerà lasciare, Parigi è il mondo in movimento, quello che accadrà cambierà le vite di tutti, infine Plouzané, in Bretagna, è l’avamposto sull’Oceano, il cordone ombelicale che unisce Violette ed Emma, sua madre. Le storie hanno un principio e una fine".

E: "Voglio vivere una volta sola è un romanzo che racchiude molti spunti di riflessione, sulla famiglia, sulla verità e, credo, anche sulla letteratura. Le persone esistono solo fino a quando sono pensate o ricordate da qualcuno. Lo stesso vale per i personaggi? Esistono solo se vengono “letti” o basta che vengano inventati?

A: "Ovviamente questa è una domanda a cui non so rispondere. Violette dice da qualche parte: smetterò di esistere quando l’ultimo di loro smetterà di pensarmi. Quando si saranno definitivamente dimenticati di me, io non ci sarò più. Credo che andrà così. Me lo sono detto sempre, ma quel momento è lontano. E chi lo dice che quando uno non c’è più smette di pensarti? Chi lo dice?
Già. Appunto. Chi lo dice?"