Un’intervista ad Alberto Ongaro, uno dei grandi della narrativa italiana

 

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Editor: Al centro de "L’ombra abitata", questo tuo splendido romanzo che siamo felici di poter ripubblicare in edizione digitale, in modo che sia finalmente disponibile per quanti desiderano leggerlo o rileggerlo, c’è una fotografia, uno scatto che ritrae due ragazzi seduti all’aperto di un bistrot parigino. Cosa rappresentano per te le immagini, fotografiche o cinematografiche, che rapporto hanno avuto con la tua scrittura nel corso degli anni?

Autore: La mia scrittura ha sempre tenuto conto dell’immagine, sia fotografica che cinematografica. Vorrei che il lettore non si limitasse alla pura lettura, ma fosse anche in grado di “vedere” quello che legge. Nel caso de L'ombra abitata, la suggestione della foto di Cartier-Bresson è stata fondamentale: dietro ai due ragazzi ho avvertito qualcosa di nascosto che dovevo trovare.

E: Come in molti tuoi romanzi, anche in questo il passato è un luogo di eterna indagine, un luogo misterioso e a volte carico di segreti, denso di mistero. Il passato talvolta confina con l’onirico, o il fantastico. Esiste ancora? È vero? O, una volta che è trascorso, non esiste più?

A: Il passato è sempre in attesa, come il futuro. Sa fin troppo bene di poter emergere quando gli pare e si offre all'indagine.

E: L’anno scorso hai ricevuto una Laurea ad honorem e hai rievocato in quell’occasione il tuo esordio come scrittore. Eri ancora un bambino. Vuoi raccontarci brevemente come scopristi la tua vocazione alla scrittura?

A: Il mio primo tentativo di scrivere, a sette anni, lo si deve all’esistenza di un cugino che imparava a disegnare copiando il lavoro dei grandi artisti del fumetto. Da tutta la famiglia arrivavano fino a me le lodi che crescevano attorno a Mario. Mi sentivo un po’ umiliato e incapace di trovare per me qualcosa che mi mettesse sullo stesso piano. Ebbi un’idea, che al momento mi parve geniale. Mi dissi: se mio cugino impara a disegnare copiando i disegni di grandi disegnatori, io posso diventare uno scrittore copiando i testi dei romanzi scritti da grandi scrittori. Presi un libro qualsiasi della biblioteca di casa (nella fattispecie era I tre moschettieri) e cominciai a copiare. Copiai per alcuni giorni di seguito, ma mi accorsi che, pur passandomi accanto e dando un’occhiata a quello che stavo scrivendo, nessuno faceva il commento che mi aspettavo di sentire: “Come è bravo Alberto a scrivere romanzi”. Niente, silenzio. Ma il silenzio mi aiutò a capire che stavo sbagliando strada, che imbrogliavo me stesso, che cercavo di entrare abusivamente nell’immenso, prezioso territorio della letteratura. Leggere, inventare, pensare, immaginare o raccontare qualche mia esperienza: da qui dovevo partire.

 E: Se dovessi scegliere, fra tutti i libri che hai scritto, uno che ti è particolarmente caro, sapresti farlo? E un personaggio?

 A: Un romanzo d'avventura, perché è il più personale, tra sofferenze e allegrie raccontate intensamente dall'interno. Tra i personaggi, Sidney di Interno argentino.

E: Cosa pensi del destino del romanzo nel futuro che ci attende? La parola scritta e, in particolare, la forma del romanzo avranno ancora voce in capitolo?

A: Penso proprio di sì. Non so e non mi interessa sapere come si evolverà il mezzo con cui verrà proposto al lettore, ma il bisogno di scrivere, raccontare e leggere storie è inesauribile.

E: Cosa suggeriresti a chi vuole fare lo scrittore: servono secondo te le scuole di scrittura? È un mestiere che si impara o un talento che si ha? Cosa distingue un vero scrittore e come si capisce di essere sulla strada giusta?

A: Non so bene che cosa siano le scuole di scrittura, ma credo che possano servire per coltivare un talento naturale che deve esserci. Forse un vero scrittore si distingue da quel tanto di diverso che ha rispetto agli altri scrittori e da un evidente scavo in profondità nei territori del linguaggio. Quanto alla strada giusta, ci sono gli altri a indicarla.

E: Quali sono stati gli scrittori per te più importanti, quelli ai quali ti sei ispirato o che hanno avuto parte maggiore nel divenire a tua volta scrittore?

A: Sono molti, ne dirò alcuni: Conrad, Rilke, Dostoevskij, Stevenson, Nabokov e Lowry.

E: E se non fosse stato un giornalista e uno scrittore, cosa avrebbe fatto Alberto Ongaro?

A: Lo sceneggiatore cinematografico. Mi è capitato di farlo solo saltuariamente.