Il Santuario della Consolata di Torino racchiude una delle più grandi raccolte di ex-voto d'Italia e quindi del mondo intero. Una carrellata di scampati pericoli, miracoli, tragedie sfiorate.

Tra questi ce n'è uno che mi tocca molto da vicino. Durante la seconda guerra mondiale la mia bisnonna era stata precettata come conduttrice di tram. Gli uomini scarseggiavano, le donne dovevano prenderne il ruolo in tutti i campi. Accadde un giorno che una bambina, figlia di una famiglia importante della città, inciampò proprio davanti al locomotore che lei guidava. Frenò bruscamente, le ruote metalliche scivolarono sui binari, lo stridore del ferro che mangiava altro ferro sembrava annunciare una morte imminente.

Così non fu.

Se fu il caso, il destino, la mano di Dio o quella di mia nonna a salvarla non è dato saperlo. Ciò che conta è che quella bambina non è morta sotto il peso del tram. In cambio della grazia ricevuta i suoi genitori commissionarono un ex-voto da dedicare alla Madonna. Oggi quell'immagine è una delle tante che costellano la galleria della Consolata.

L'ho vista molte volte, sin da bambino. Mia nonna mi portava e mi raccontava la storia. Io guardavo tutte le altre icone e cercavo di immaginarmi anche quelle, di storie. Migliaia di persone che benedicevano la provvidenza, migliaia di persone risparmiate dal dolore e dal pianto.

L'atmosfera di quel luogo, e di altri simili che ho visitato, la frescura costante, la penombra, l'odore di incenso, il silenzio, il raccoglimento dei presenti, l'aura mistica sprigionata da quella serie interminabile di miracoli hanno colpito la mia fantasia già dall'infanzia.

Mi piaceva quel posto, era una specie di libro sacro della vita.

Mi piaceva e mi atterriva insieme, era una specie di monito all'imprevedibilità della morte.

Nella tradizione cristiana, soprattutto medievale, il miracolo è un tratto essenziale della fede. La manifestazione della potenza divina.

Più tardi, già adulto, per via dei miei studi, mi sono interessato molto di questo aspetto della religione. L'intervento divino è una costante nelle culture di tutto il mondo e di tutti i tempi. E mentre studiavo questo tema, più dal punto di vista antropologico che religioso, la mia mente tornava spesso a quell'immagine conservata alla Consolata, e a tutte le altre accanto a essa.

E la domanda che mi sorgeva, forse banale ma comunque essenziale era: perché?

Perché quella bambina è stata salvata e molte altre no?

Quale giustizia esiste nella scelta casuale della salvezza?

La morte cala cieca su di noi, imprevedibile. Il riparo da essa, anche.

E si ringrazia il cielo per la fortuna, e si maledice il cielo per la disgrazia.

Ecco, da qui nasce Il settimo esorcista: nel tentativo da dare un volto, un nome, una spiegazione, alla furia cieca degli eventi, che senza parametri di merito salva o uccide.

Perché se il caso ha un nome e un aspetto, pur terribile come quello di un killer tatuato con un esorcismo, e una ragione, pur tremenda come quella che muoverà l'Esorcista tra le pagine del romanzo, essa è comunque più accettabile della dissennata brutalità dell'esistenza.