La prima volta che ho incontrato Harry Bosch è stato nel 1999, quando Piemme ha pubblicato Il ragno. Michael Connelly, il suo autore, l’avevo già conosciuto l’anno precedente con Debito di sangue, dove il protagonista era Terry Mc Caleb, un ex profiler dell’Fbi. Ma l’incontro con Harry Bosch è stato particolarmente importante, perché Bosch si è rivelato fin da subito un tipo a cui era difficile resistere.

Solitario, fisicamente attraente, anche se è un dettaglio su cui l’autore non insiste, occhi penetranti e molto scuri, appassionato di jazz, dotato di forte senso morale ma profondamente umano, di tutti gli “eroi” di molte serie poliziesche pubblicate è quello che più mi ha convinto, e con me milioni di lettori. Forse perché, pur facendo un mestiere particolare, mi ha sempre dato la sensazione di essere “uno di noi”, un uomo come tanti, con le sue contraddizioni, i suoi ideali, le sue difficoltà, le sue ambizioni.

Quando l’ho conosciuto, con Il ragno appunto, non era più giovanissimo, i capelli cominciavano a ingrigirsi, la vita tormentata che aveva alle spalle aveva lasciato il segno.

Figlio di una prostituta, abbandonato dal padre, cresciuto in un istituto e, alla morte della madre, adottato, Harry è uno di quei ragazzi difficili che spesso fanno una brutta fine. Lui, invece, si è schierato dall’altra parte. Ma in un suo modo privo di rigidità, ostile alle gerarchie, alle convenienze, alle regole del sistema.

Anzi, spesso con il sistema si è scontrato. Memorabile l’avversione, ricambiata, con uno dei suoi superiori, il vice capo della polizia Irvin Irving. Perché per Harry la regola è ‘tutti contano o nessuno conta’ e questo non sempre si coniuga con l’atteggiamento più politico e spesso opportunistico di chi sta ai vertici.

Com’è cambiato nel corso dei molti romanzi di cui è stato protagonista? Come si è evoluta la sua vita? Sul piano personale è molto simile all’Harry Bosch del primo romanzo, La memoria del topo, in cui lo vediamo nelle gallerie scavate in Vietnam dai militari americani, luoghi di oscurità e di solitudine, la solitudine che lo accompagnerà per molta parte della sua esistenza. Forse, con il tempo, è diventato ancora più intransigente, pronto a subordinare la vita privata alle necessità della sua ‘missione’, come ha sempre inteso il suo lavoro. E ora che deve occuparsi di una figlia, questo conflitto si fa ancora più acceso.

C’è un tratto, però, che scorre lungo tutta la sua esistenza, almeno nella parte che conosciamo per esperienza diretta, quella cioè dei suoi anni maturi: una sorta di fatalismo che lo porta ad accettare come inevitabili gli eventi della vita, gli amori che nascono e finiscono, gli incontri che, da casuali, si trasformano in legami forti oppure no, il passare inevitabile del tempo. Una sorta di rassegnata saggezza che contrasta con la determinazione assoluta con cui affronta i casi da risolvere.

Ma lui è così, e l’immagine che ce lo restituisce con più intensità è quando, la sera, tornato nella solita casa dove l’abbiamo sempre visto, sulle colline intorno a Los Angeles, ascolta in solitudine un brano di Art Pepper o di Chet Baker, lasciando che la musica lenisca le asperità della vita o, più semplicemente, la stanchezza della giornata.