Pubblichiamo in esclusiva un'intervista che la nostra editor Francesca Lang ha rivolto a Francesco Carofiglio, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro, IL MAESTRO, in libreria dal 12 settembre. Il libro è già disponibile per essere preordinato sui principali store online (Amazon, Mondadori Store, IBS, Feltrinelli).

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Il protagonista del tuo nuovo romanzo, il Maestro del titolo, è un attore di teatro, il più grande attore del Novecento, anche se ora vive, dimenticato dal mondo, in un palazzo vuoto. Che cosa c’è di te - che hai una formazione teatrale, hai recitato e insegnato teatro - in questa storia? 

Questa non è la mia storia, evidentemente. Ma - continuando a citare qualcuno – questa storia forse parla anche di me. Il Maestro è un uomo che si ritrova solo, dopo aver raggiunto il vertice del successo. Improvvisamente, dopo aver abbandonato le scene, perde tutti i punti di riferimento di una vita intera passata ad essere qualcun altro sul palcoscenico. E non parlo banalmente di interpretazione o di immedesimazione nei personaggi, mi riferisco a quella che Gassman felicemente definiva il senso del recitare. Diceva pressappoco “Recitare non è molto diverso da una malattia mentale: un attore non fa altro che ripartire la propria persona con altre. È una specie di schizofrenia.” Ecco, ripartire la propria persona con altre. Stare in scena, e farlo con tutti i vantaggi di essere il più grande - come è Corrado Lazzari nel romanzo - significa anche condividere un passaggio di vita con degli sconosciuti. Ogni giorno un pezzo di vita consegnata nel buio di una sala. È un modo per dilatare l’esistenza pur restando in uno spazio circoscritto. Quando tutto questo finisce, e per restare nella metafora, quando la luce in sala si accende, accade qualcosa. Si interrompe un processo necessario. Si resta soli.
E di fatto Corrado Lazzari è un uomo solo, ormai incapace di ricostruire il codice della comunicazione col mondo. Sembra che non gli resti altro che spendere il tempo che rimane, nella ricostruzione minuziosa di una vita di successi. In una china di solitudine persino compiaciuta. Però poi qualcosa accade, di imprevisto, di imprevedibile direi. Come sulla scena.

"Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re dello spazio infinito". Quanto può parlare questo passo dell’Amleto di Shakespeare a un lettore di oggi? 

È una domanda a cui non so rispondere. Sia perché ho un naturale pudore a commentare Amleto, così come alcune altre opere irraggiungibili del teatro e della letteratura, sia perché credo che la potenza di queste parole – la frase di Amleto che riporti compare in esergo nel romanzo -  risieda nell’equilibrio perfetto della sua sintesi. Ognuno può decidere di attribuire senso a quelle parole. Ognuno può decidere di muovere qualcosa della sua esperienza privata e metterla a disposizione di quel senso.

I protagonisti del tuo romanzo si avvicinano, come anime affini, ma restano troppo lontani per toccarsi, forse. L’amore, però, pare comunque permeare ogni riga e arriva dritto al cuore di chi legge. Pensi che, in letteratura, i sentimenti si colgano di più nell’assenza?

Io credo che chi scrive debba essere capace di sottrarsi alla tentazione di dire tutto. Il peso delle parole non dette è, perlomeno, equivalente a quello dei sentimenti dichiarati. E, in letteratura, ma vorrei dire anche nelle arti della rappresentazione, lo spazio tra le righe è una grande opportunità. Procedere per sottrazione, e qui parlo per la mia esperienza di scrittore, è una disciplina necessaria, non semplicemente per semplificare il racconto, ma anche e soprattutto per definire una sintonia nell’ascolto. Le parole nette suonano meglio in una stanza, e nella nostra testa. Così come a volte è bello ascoltare il silenzio, in quella stanza.

In ogni romanzo affronti tematiche e personaggi molto diversi tra loro ma, guardando sotto la superficie, pare esserci un filo rosso che unisce tutte le tue storie: il legame con l’altro e la salvezza che questo porta con sé. Quanto coincide con il tuo modo di leggere il mondo?

Anche qui non sono sicuro di riuscire a dare una risposta. Non ho mai pensato a una sorta di strategia unificante, nei romanzi che scrivo. Non ho mai pensato davvero a una strategia. Ma riflettendo sul senso della domanda mi viene da dire che le storie, anche tra loro così diverse, non sono altro che storie di relazioni. Vissute o vissute mai. E questo può riguardare il viaggio di un ragazzino che affronta il mondo nel deserto americano, una bambina mai esistita che pure vive dentro una famiglia, tra Parigi e la Bretagna, o un vecchio attore e una ragazza, lontani dal mondo, dentro un appartamento in un palazzo del centro di Roma. Non so se tutto questo porta alla salvezza, in verità. Ma è quello che forse mi piace raccontare, quella linea imperfetta che unisce le vite e le persone, e le porta a decidere qualcosa, anche soltanto in un attimo. Proprio quell’attimo in cui le vite si incrociano.