Se vi capitasse di visitare il Museo Nazionale di Reykjavik, vedreste l’ascia con cui fu portata a termine l’ultima esecuzione pubblica in Islanda, nel 1830. La testa mozzata (che non c’è, al museo) era di tale Agnes Magnúsdóttir, accusata di aver ucciso i fattori per cui lavorava e di averne bruciato i corpi. Dato che in Islanda non c’erano prigioni e certo non si poteva organizzare la cerimonia per il trionfo della giustizia esposti alle intemperie del rigido inverno nordico, la donna fu tenuta prigioniera in una fattoria presso la famiglia (felicissima, come ci si può immaginare) di Jon Jonnson, con la moglie malata Margret e le loro due figlie: strano modo, per Agnes, di passare gli ultimi mesi di vita; strano pure per chi si ritrova a fare da carceriere suo malgrado e finisce per essere a sua volta prigioniero della detenuta. Ecco, questo romanzo racconta, partendo dalle e finendo con le vicende storiche note, proprio quell’inverno, l’ultimo di Agnes. Perché mai leggere un romanzo di cui si sa già la fine? Per lo stesso motivo per cui si va a teatro o all’opera: perché vogliamo sentire le parole che raccontano quel che già sappiamo in un modo che invece non sappiamo; perché vogliamo ascoltare la musica che colma i silenzi tra i versi che conosciamo a memoria. Perché Agnes perde la testa ma prima trova molto altro. E Hannah Kent costruisce scenografie ed arie che rimarranno in noi a lungo. I ritmi del lavoro agricolo sono il metronomo del romanzo: tosatura, parto, mungitura, macellazione e una Natura che bisogna accettare così com’è. Eppure, in questo inesorabile compiersi del tempo, la tensione non si allenta e la fine, nota, arriva inattesa e ci fa sobbalzare. C’è una voce esterna, ma insieme quasi un coro greco, al presente, che ci guida; ci sono degli inserti documentari e i punti di vista degli altri personaggi della piccola comunità stravolta dall’arrivo di questa strega, che legge poesia e conosce le leggi della Natura; ma soprattutto c’è la voce di Agnes, dolorosamente umana e lontana da stereotipi e retorica, che si rivolge direttamente a noi, che aspettiamo di sentire il colpo d’ascia definitivo, che attendiamo che si compiano i rituali di sepoltura (Burial Rites è il titolo originale del romanzo). “Dicono ch'io debba morire. Dicono che ho sottratto il respiro agli uomini” e dunque ora gli uomini lo sottrarranno a lei, per quella stupidità che rende ciechi. A prestare orecchio al turbamento di Agnes, che ha trascorso 34 anni in itinerante povertà, è il pastore Tori, e noi ascoltiamo con lui. Agnes ricorda il prematuro travaglio della madre adottiva durante una tempesta terribile; racconta come si fa il sanguinaccio e sia necessario far oscillare un agnello appena nato; difende il suo padrone che le intima di non dimenticare mai qual è il suo posto, perché Agnes è parte di quel mondo che lei stessa ha destabilizzato. E nonostante il suo coraggio, la fine dell’inverno porta una paura comprensibile che la indebolisce, al punto da travisare un dettaglio fatale che ci regalerà un sorprendente monologo conclusivo. Ma Agnes rimarrà un enigma. Debutto notevole, questo di Hanna Kent.

Recensione pubblicata nella rubrica "Sunday Boooks" di CHOOZE.it