Quando Francesca Lang della casa editrice Piemme mi chiese di scrivere una House of Cards all’italiana risposi di no. Non mi pareva possibile per una semplice ragione: la politica a Roma ha ben poco in comune con il potere a Washington o a Londra. In Italia non vi è un potere politico così forte, compatto da ricordare quello della Casa Bianca o di Downing Street. Se Capitol Hill e Westminster fungono da mirabile teatro per ambientarvi intrighi e colpi bassi di una lotta senza quartiere, l’Italia del potere di questo inizio millennio non mi pareva raccontabile attraverso i pur oscuri corridoi di Montecitorio e Palazzo Chigi. Per quanto torbidi, per quanto teatro di trame e manovre, quei palazzi non sono capaci di contenere e raccontare la dimensione del potere vero nell’Italia di oggi.
Mettiamola così. L’Italia, tanto per cambiare, è un caso a sé stante. Intanto perché è in declino, assediata da una crisi angosciosa dove tutto si è fatto più stretto, più corto, più povero. Nelle fotografie del potere tricolore non ci sono possenti limousine e feste sfrenate, durante le quali i
potenti più potenti del mondo si concedono qualche piacere di troppo, affilando i coltelli in vista di nuovi scontri crudeli. Qui le auto blu vengono tagliate e convertite in Panda, simbolo di una casta disprezzata, messa alla gogna. In Italia l’House of Cards è in spending review.
Ecco, questo il punto. Dal giorno in cui è stata ribattezzata “casta”, la classe politica non ce la fa più a coincidere con il potere. Altre caste hanno mosso all’attacco, ai vecchi squali si sono affiancati lupi, orsi e sciacalli, sancendo finalmente ciò che a tutti è ora visibile. Il nuovo potere italiano è una diligenza a bordo della quale, ben più che la casta ferita a morte, si sbracciano nuovi protagonisti, poco importa se magistrati vendicatori, porporati ambiziosi, giornalisti capipopolo, imprenditori delocalizzati e banchieri d’assalto.
Perciò l’House of Cards della casta non l’avrei mai scritta. Non mi suonava vera: sarebbe stata, tuttalpiù, un accanimento sui perdenti. Ma il Gioco delle Caste sì. Perché nell’Italia in penombra di questo inizio millennio il potere con le sue trame, i suoi veleni e i suoi piaceri poteva essere raccontato – dalla capitale alla provincia profonda – attraverso
il suo nuovo cinismo, le mosse maldestre, le sorprese sgradite, i vantaggi miopi e le eterne ingiustizie di noti o inediti protagonisti non di una casta ma delle caste.

Quanto sia riuscito nell’intento non sta a me dirlo. Ammetto però di essermi divertito. Alcuni fra quelli che hanno letto il manoscritto mi hanno chiesto chi nella realtà abbia ispirato questo o quel personaggio, e se la storia racconti verità in parte sconosciute o sia puro frutto di fantasie. Potrei cavarmela dicendo che è tutto vero, oppure tutto falso. Ma il guaio, il vero guaio, è che è tutto perfettamente verosimile. Perché, per dirla con Leo Longanesi, anche in questa antica e nuovissima Italia non è la libertà che manca, anzi. L’impressione è che manchino piuttosto, ancora, tanti uomini liberi.

Ps: Il petrolio, in Basilicata e lungo la dorsale Adriatica, c’è davvero. In quantità tale da fare potenzialmente del nostro paese il primo per riserve petrolifere in Europa, alle spalle solo dei grandi produttori del Mare del Nord. Ne ha parlato recentemente anche Romano Prodi in un articolo su
«Il Messaggero». Si tratta di enormi risorse non sfruttate, di un valore equivalente a cinque miliardi annui per la nostra bilancia dei pagamenti. Curiosamente non interessano il dibattito politico e i talk show italiani. Il governo croato ha nei mesi scorsi indetto una gara fra le grandi compagnie
energetiche internazionali per sfruttare i giacimenti in alto mare che – secondo il ministro degli Esteri – potranno «fare della Croazia il gigante energetico d’Europa».

[Il testo è la "Nota" dell'Autore che chiude il libro].