La storia narrata nel romanzo con le vicende legate all’assassinio del dottor Alberto Rinaldi, il medico che per un lungo periodo curò il maestro Toscanini, è rimasta chiusa in un cassetto della mia memoria per anni. Mi aveva impressionato sin dalle notizie iniziali apprese per pura casualità.

In una giornata gelida di fine gennaio girovagavo in auto con mia moglie nella bassa Val di Chiana. A un trivio si materializzò lo sconosciuto borgo di Piazze e un palazzotto in pietra: uno stendardo irrigidito alla ringhiera del balcone centrale indicava “Locanda Toscanini”.

La sala da pranzo era contenuta a pochi tavoli con le luci soffuse, i velluti di poltroncine e panchette, il candore dei tovagliati, le pareti con una coraggiosa quadreria contemporanea e su tutto un tepore confortante.

Il benarrivato di Sergio Salerno fu misurato e gentile. Gli occhi azzurri sorridevano quanto i baffi bianchi. Eravamo e rimanemmo gli unici avventori, con lui che si destreggiò nei ruoli di maitre, sommelier, cuoco, cameriere e fine narratore.

Sergio è siciliano, palermitano, anzi di Bagheria, ha cucinato in tutto il mondo, alternato avventure gastronomiche al lavoro di pilota su rotte di ogni continente.

Il mezzogiorno divenne pomeriggio in una sbalorditiva sequenza di assaggi e un ammaliante abbinamento di vini. Gustando la sua caponatina domandai:

«Perché una “locanda Toscanini” qui? In questo borgo sperduto il ristorante con lo stesso nome? Ha a che vedere con il maestro Arturo Toscanini?»

Lui mi scrutò divertito, gli occhi lesti a soddisfare la curiosità della mia meraviglia.

«Allora non conoscete la storia del maestro Toscanini e del medico di Piazze? Il medico che fu ammazzato a due passi da qui?»

Sergio sedette e iniziò a raccontare. Finì che fuori si era fatto buio.

Sulla via del ritorno a casa mia moglie subì il tormento del mio ripassare quel racconto. Ero stupito, turbato, scosso da quel racconto fino a una fantasiosa assurda personale preoccupazione.

Quando decisi che questa storia avrebbe potuto ben sostenere una narrazione imperniata sul coraggio iniziai a documentarmi leggendo numerose biografie del maestro Toscanini, da Harvey Sachs a Piero Melograni, e alcune pubblicazioni sul dottor Rinaldi. Fu la particolarità della nomina a senatore a vita di Toscanini a suggerirmi di immaginare l’indagine che narro nel romanzo. I documenti presenti nell’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica mi sono stati utili, ma certamente descrivono un iter burocratico più che poliziesco. Io invece ero interessato a comprendere il perché si assassina così barbaramente un medico tanto illustre, uno scienziato e per giunta un benefattore di povera gente gravemente malata, addirittura amico di tante persone famose, anche del più grande direttore d’orchestra del ventesimo secolo.

Decisi di affrontare questo cold case in una nuova indagine affidata a un personaggio che occupava un posto speciale nella mia memoria.

Il personaggio del colonnello Mari, che i lettori ritroveranno anche nei miei prossimi romanzi, è ispirato a mio zio Michelino Iannarone, a me particolarmente caro.

Mio bisnonno paterno aveva esigenza di rimpinguare le finanze di famiglia e contrattualizzò i beni dotali di due sorelle benestanti per il matrimonio dei suoi due figli, mio nonno e il fratello: zio Michelino era figlio di quest’ultimo.

Nato nel 1904, divenne ufficiale per scelta e vocazione, al pari dei due fratelli, percorse la sua carriera negli anni del regime fascista. Compì anche studi universitari al di fuori dell’accademia militare, fu appassionato di storia, politica e filosofia.

Dopo avventurose missioni al fronte fu inviato a Berlino dall’agosto ’42 all’estate del ’43 come ufficiale di collegamento per il fronte orientale, la Russia. Fu in quel periodo che l’avversità al regime fascista divenne radicato convincimento di un dovere di porvi fine. Frequentò ufficiali germanici con analoghe convinzioni e agenti dei servizi segreti inglesi e americani.

Rientrò a Roma al comando Forze Armate Egeo e dopo l’otto settembre con il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo fu attivo organizzatore del Fronte Militare Clandestino di Resistenza: assunse il comando della banda partigiana “Castelli Sud Lazio” e la responsabilità delle attività di intelligence.

Come il colonnello Mari nel romanzo, lo zio riuscì a sfuggire alla cattura da parte della Gestapo e dei fascisti in modo rocambolesco, soccorso e salvato da Iolanda, la partigiana che diventerà due anni dopo sua moglie. A causa dell’infermità da causa di servizio la sua carriera militare terminò dopo un lungo periodo di convalescenza.

Zio Michelino e zia Iolanda sono stati protagonisti della mia infanzia e adolescenza. Quando nacqui lui era presente, il primo a congratularsi con i miei genitori. Non c’era domenica senza gli zii, non c’era gita in automobile senza loro.

Trascorrevo molto tempo anche nell’atelier descritto nel romanzo, quello della zia vicino via Veneto con le macchine da cucire, le lavoranti a tagliare e ricamare, i manichini drappeggiati e le scansie di stoffe colorate. Salivo a casa degli zii e dal loro balcone era un gran divertimento guardare in giù il viavai su via Veneto.

Le narrazioni dello zio Michelino avevano conquistato le mie fantasie. Lo zio mi aveva soprannominato “e allora?” poiché non mi arrendevo alle conclusioni dei racconti, pretendevo continuassero sempre, senza sosta per tutto il giorno fino a cadere sfinito nel sonno sul divano accanto al suo grammofono.

Poi arrivarono gli insegnamenti di storia, le cronache di guerra, le tragedie dell’occupazione di Roma e ancora altro: il personaggio Mari nel libro “Il complotto Toscanini” e nei successivi romanzi ne racconterà al tenente Vinicio Barbetti, il giovane e fedele compagno di indagini.