Il romanzo Il bambino del treno nasce da due matrici.

La prima risale a quando camminavo per i sentieri dell’Appennino tosco-romagnolo. Incontrare le testimonianze, a volte commoventi, di comunità estinte – insediamenti rurali, mulattiere, maestà, chiese, cimiteri – mi induceva a immaginarne la vita, il lavoro, il modo di adattarsi a condizioni dure, spesso di pura sopravvivenza. E mi sarebbe piaciuto raccontarlo, ridare in qualche modo vita a queste persone.

La seconda, più recente, muove da alcune pagine lette per caso sul sito http://www.clamfer.it/06_Ferrovie_Contorni/Fornello/Fornello.htm che raccontano di Marcello Peranizzi, nato nel 1949 proprio nell’isolata stazione di Fornello. Poche pagine - scritte da Maurizio Panconesi -, ma c’era tutto il mondo perduto: gli inverni sommersi dalla neve, il maestro che raggiungeva la stazione in Lambretta seguendo il sedime della ferrovia – distrutta dai tedeschi in ritirata e ripristinata solo nel 1956 -, la scuola attrezzata in una stanza, il bicicarrello con cui la famiglia Peranizzi scendeva a Ronta per acquistare provviste.

I treni portano, trasportano, deportano. In quella stazione immagino che nel 1935 nasca Romeo, un bambino che fa tesoro dell’isolamento e dei silenzi. E che nel 1943 da un convoglio appunto di deportati scenda Flavia, una bambina della stessa età nata dalla parte sbagliata.

Ecco, di quella stazione perduta e di quelle persone – reali o immaginarie - ho sentito che sarebbe stato bello scriverne. Perché dei mondi perduti mi innamoro.