La mia prima idea per una storia, di solito, è un’immagine: la fotografia di un’azione fermata per sempre nel tempo. Così sono nati i miei romanzi e quest’ultimo non fa eccezione. Avevo in mente un uomo alto e ben vestito, intento a inquadrare attraverso il pozzetto della Rolleiflex una ragazzina acerba ma con quella procacità popolana e un po’ inquietante.

Da lì, come se io stessa fossi sul punto di scattare una foto, ho cominciato ad allontanarmi per aprirmi al panorama tutto intorno. Allora mi è apparsa la mia Sicilia brulla e generosa. Anzi, una parte speciale dell’Isola, la bella Taormina, ritratta in un momento storico precedente alla grande ondata turistica.

Proprio a questa cittadina sono legati alcuni dei miei ricordi più intimi: le passeggiate domenicali con mamma e papà quando, ancora bambina, mi incantavo davanti alle vetrine traboccanti di ninnoli colorati, nelle quali ancora campeggiavano le foto di Wilhelm von Glöden. C’erano giovinetti caravaggeschi in peplo, con tamburelli, pifferi e ghirlande sul capo, c’erano vecchi col viso arso dal sole, ragazze con anfore tra le braccia e c’erano nudi maschili di un’espressività che, in seguito, avrei ritrovato soltanto tra i personaggi della filmografia pasoliniana.

Da sempre poco interessata alla narrazione biografica (che ritengo sia compito del biografo, appunto) e con il desiderio di trattare il tema della discriminazione, per il nuovo romanzo ho deciso di prendere a modello proprio il fotografo tedesco che trascorse buona parte della sua vita a Taormina e lì finì i suoi giorni. Ma non solo: le mie riflessioni, da tempo, si muovono attorno al rapporto tra vittima e carnefice. Ho provato ad analizzarlo in Capo Scirocco, relativamente alla coppia; in Fiammetta, allargandolo al microcosmo familiare e adesso era venuto il momento di aprirmi all’intera società. Per questo in È da lì che viene la luce ho deciso di collocare l’azione nel Ventennio fascista, cioè in un periodo di limitazione delle libertà personali e di difficoltà per il formarsi di un’identità sessuale non in linea con il macismo da una parte e con il modello della fattrice dall’altra.

Ho messo insieme due coppie: Ludwig, fotografo quarantenne che a causa di una famiglia repressiva non ha ancora sviluppato una consapevolezza di sé, ed Elena, sua governante, misteriosa, saggia e latrice di un segreto inconfessabile; Sebastiano, ragazzetto del popolo ancora inconsapevole del proprio ruolo nel mondo, e Agata, giovane ignorante e dotata di una naturale sensualità ferina ancora incontrollata.

Sullo sfondo della Sicilia mite e orgogliosa della povera gente, si snoda la vicenda dei miei quattro personaggi, tutti diversamente alle prese con una formazione non sempre indolore, mentre arrivano, da lontano, gli echi della violenza e della repressione fascista capaci di gettare nelle tenebre della disperazione persino Ludwig che per vivere ha bisogno della luce.

Dove nemmeno la chiesa sembra avere risposte, è l’alto senso morale a fornirne, non soltanto a Ludwig, tanto forte da perdonare l’imperdonabile ma anche ai delatori, e ad Alfredo Romano, gerarca genuinamente fascista e amante del bello. Perché, come recita un verso di Leonard Cohen, in ogni cosa c’è una crepa ed è da lì che entra la luce.

Emanuela E. Abbadessa