Questo libro mi ha parlato. Lo aspettavo da settimane e ho iniziato a leggerlo spinta, da un lato, da una curiosità estrema e, dall’altro, dalla paura che credo accompagni il lavoro di ogni editor: quella di rimanere delusi nelle proprie aspettative, perché ciò che troviamo nelle pagine è completamente diverso da ciò che ci aspettavamo. Fin dalle prime righe, però, ho capito che Se chiedi al vento di restare era esattamente ciò che mi avevano promesso: un romanzo straordinario.
Lo stile di Paola Cereda è lieve, non indugia mai in facili lirismi costruiti ad hoc per far pensare che ciò che si legge sia letteratura. E proprio per questo, perché ogni parola è esattamente dove dovrebbe essere, perché non c’è nulla di troppo e tutto quello che c’è raggiunge profondità inaspettate, perché ogni riga porta con sé un’emozione, credo sia davvero letterario.

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Ma Se chiedi al vento di restare non è solo scrittura, è una storia. È, soprattutto, la vita di due persone, in cui credo ognuno di noi possa trovare un frammento di se stesso.
Quello che ho provato per Agata, la protagonista, è stato amore a prima vista. La conosciamo bambina che cammina scalza sui sentieri impervi di un’isola del Mediterraneo il cui nome “si è perso tra le carte geografiche e le memorie della gente”. La vediamo crescere, cercare la propria identità in un panorama arido di affetti e di parole, trovarla in un vestito azzurro che era appartenuto a sua madre.
Agata è buona, come dice il nome. È piena di vita. È capace, grazie a una salsa inventata per caso, di portare l’allegria. È forte, e non viene turbata dal moralismo che la circonda, dagli sguardi giudicanti che puntano il suo ventre ingrossato, senza che al suo fianco ci sia uno sposo degno di questo nome.
Dumitru, invece, l’ho apprezzato sempre più con lo scorrere delle pagine. Forse quel nome così duro, che riecheggia luoghi lontani e sconosciuti. O il mestiere: addestratore di cavalli in un circo. Un nomade, quindi. Uno di cui non innamorarsi mai. Perché non si fermerà e se ne andrà lontano. Solo dopo qualche scena, ho capito che c’era da fidarsi. Che era un uomo capace di guardare in profondità, di andare oltre il pregiudizio (forse perché lui stesso ne era stato vittima). E, se necessario, di donare una parte di se stesso per chi ama.

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Agata è pietra, Dumitru è vento. E insieme, nel contrasto della loro essenza, possono creare qualcosa di eccezionale.

Tante sono le cose che si potrebbero raccontare di questo romanzo. Ma è la lettura l’unico modo per poterlo apprezzare pienamente e per farsi contagiare dalla carica vitale che le sue parole, come la salsa Agata, ci regalano.