CHE BELLO ESSERE NOI, presentazione del libro di Lella Costa a Bookcity, 15 novembre 2014

 

L’esordio con i ringraziamenti di Lella Costa al folto e impavido pubblico presente sono d’obbligo sabato 15 novembre alla presentazione del suo libro Che bello essere noi. E’ stato in effetti un Bookcity sferzato dalla pioggia quello di quest’anno, e i molti, o meglio le molte, che hanno fatto la coda sotto l’ombrello davanti all’auditorium del Museo della Scienza e della Tecnologia sono stati ripagati dal vivace evento che ha commosso e fatto ridere fino alle lacrime.

Sul palco, insieme a Lella Costa, Carlo Musso, responsabile editoriale della non fiction Piemme, per l’occasione nel ruolo di puntaspilli dell’autrice. Gli uomini, si sa sono uno dei bersagli preferiti della Costa, ma nonostante questo, in sala non sono pochi. Probabilmente tutti accompagnatori più o meno riluttanti, scherza lei.

L’incontro entra subito nel vivo del libro, partendo proprio dal titolo. Che bello essere noi è un prestito da un grande pensatore inglese, Christopher Hitchens, prematuramente scomparso, che abbracciava in quest’espressione sua moglie e i suoi amici più cari. Persone con cui è bello stare, perché intimamente e profondamente affini. Nel libro della Costa il noi è tutto al femminile. Che bello essere e stare tra donne, uno dei pochi “noi”, inteso come identità collettiva, ancora validi.

Questo primo momento “serio” è interrotto dall’arrivo delle due figlie dell’autrice, accolte tra gli applausi, ma subito invitate a prendere posto in fretta dalla sollecita voce materna.

Tra una battuta e una riflessione seria, con Musso come ottima spalla, si toccano alcuni dei temi affrontati nel libro. Per esempio il mito di Orfeo ed Euridice, mito che Lella Costa non smette di interrogare e che rivela a ogni sguardo nuovi e profondi significati. Nel precedente Come una specie di sorriso, sempre edito da Piemme, erano già state messe in evidenza, con verve e piglio umoristico, le anomalie del comportamento di Orfeo, ipod umano che con il suo canto scende agli Inferi e riesce nell’impresa impossibile di muovere a compassione Ade e di ottenere di riportare alla vita la sua amata Euridice. A patto di non voltarsi mai indietro fino alla fine del cammino. Facile, no, persino per un uomo? Invece, a pochi passi dal traguardo, lui che fa? Si gira. Roba da non credere. In Che bello essere noi Lella Costa non smette di cercare risposte a questo insensato comportamento. Forse Orfeo si è voltato perché non si fidava che lei fosse ancora lei, perché temeva che l’altrove in cui era stata l’avesse cambiata irreparabilmente. Cosa c’è di più moderno della paura di voltarsi e non riconoscere il proprio compagno o compagna, la paura di non ritrovare chi è stato altrove, con la mente, il cuore, il corpo, e di vederlo dileguarsi per sempre nel preciso istante della consapevolezza?

Come nel libro, il dialogo tra l’autrice e Musso salta da temi alti ad altri più frivoli, vedi il gustoso siparietto sulle trasmissioni di real tv sugli abiti da sposa, per tornare ad argomenti impegnati cari all’autrice come la prostituzione.

Ma i due momenti clou della presentazione sono stati quelli che hanno mosso il pubblico fino alle lacrime, prima per le risate, poi per la commozione. Il primo, ispirato da uno dei capitoli più divertenti del libro sulla misoginia subdola di molte canzoni di successo, è stato il duetto sull’evergreen Ti amo di Umberto Tozzi. Alberto Lupo, alias Carlo Musso, declama da par suo il testo, Lella Costa, verso dopo verso, ribatte all’assurdità di guerrieri di carta igienica e sottane sulla luce. Un’esegesi esilarante che ha strappato applausi scroscianti per entrambi.

Generosamente Lella Costa ha concluso leggendo l’ultimo capitolo del libro, un inno alla complicità femminile, al mistero dell’amicizia tra donne che scocca a volte da piccole per non finire mai, altre da grandi, ed è sempre un riconoscersi, spesso tacito, quasi un ritrovarsi. Si saltano i preamboli, ci si trova in sintonia su dettagli piccoli, che poi si sommano e diventano sostanza. Capitolo molto sentito dall’autrice che infatti si commuove, trascinando con sé nell’emozione tutto il pubblico.

Quel che resta, nella sala, tra un sorriso e una lacrima è il sapore di un’intesa forte, che tiene fede alla promessa del titolo: Che bello essere noi.