Cosa succederebbe se una santa medievale irrompesse nella vita di una donna d'oggi? Una come Caterina da Siena, la cui natura è il fuoco, ostinata e fiera, intransigente e disobbediente. Una che non teme di sfidare i potenti. Che rompe il silenzio delle donne di chiesa. Una donna che scrive?

Caterina della notte è nato così: dall'incontro tra una donna di oggi, affamata d'amore. E una santa di ieri, appagata dall'amore per il suo Sposo. Sullo sfondo di un luogo che è emblema di civiltà, di diversità, di cultura e di accoglienza: l'Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena. Un luogo popolato, nel corso dei secoli, da malati, pellegrini, mantellate, gettatelli, frati e rettori. Attraversato da pesti, da rivalità, da scoperte mediche, da artisti che vi hanno lasciato impronte indelebili. E tracce di amori e segreti: legami che nella mia fantasia aspettavano solo di essere ricuciti.

Davvero la madre di Catherine, la protagonista inglese del romanzo, nata a Siena ma mai tornata in Italia, è morta in un incidente stradale come le è stato raccontato? E chi è la voce narrante, testamento di una donna costretta a vivere da reclusa dentro l'edificio, senza mai vedere la luce? Che rapporto ha con Caterina da Siena, la santa che continuamente all'Ospedale fa ritorno, per ripararsi nella cripta nascosta nelle sue viscere?

L'Oratorio di Santa Caterina della Notte, che ha dato il titolo a questo romanzo, trasuda, come l'intero Ospedale, arte, leggenda, storia e fascino: corridoi angusti dopo spazi immensi, scale ripide e tendoni oscuri, gallerie scavate nel tufo e acqua viva che stilla dalla roccia, soffitti che evocano il paradiso, un carnaio, accanto, a richiamare la morte. E alle pareti intrecci di nomi di santi e poveracci.

Il resto è un percorso per le strade di Siena e per i suoi luoghi più noti: il Campo, il Palazzo pubblico, il Duomo. In quel secolo straordinario che fu il Trecento: con un'Italia divisa; una figura di regina complicata e trasgressiva come Giovanna I d'Angiò; una chiesa lacerata. E una città che si stagliava per modernità, e che imponeva per legge ai suoi governanti di occuparsi di bellezza, come testimoniano il Costituto senese del 1309 e la sua traduzione visiva, l'allegoria di Ambrogio Lorenzetti “Gli Effetti del Buono e del Cattivo Governo”.

Un mix di civiltà e di visionarietà che ha nutrito la mia immaginazione.